Proseguiamo con l’intervento del dottor Achille Ferrari, psicologo e psicoterapeuta, e sulle sue riflessioni degli effetti della DAD.

“Continuando con la storia della prof.ssa Bonaconsi (nome di fantasia come quello degli altri alunni citati) e la sua classe, la prof. non rivoluziona certo il proprio modo di far scuola. Non ha il controllo della classe, sente che gli alunni non le stanno prestando attenzione, qualcuno ha acceso il computer in ritardo, qualcun altro non si è proprio fatto sentire, Francesco a volte c’è a volte non c’è. Tutti hanno buone giustificazioni, ma lei non ci crede, loro provano a farla franca, sempre. Ormai è un pezzo che non crede ai ragazzi, crede alle regole, o sono dentro le regole, oppure ne trae le conseguenze, così è sicura di non sbagliare, nessuno le potrà  dir niente, ma ora si trova in difficoltà, ora le regole solite non valgono più. A chi non è presente ha messo assente, ma sa che forse non è così. Tutto è imprevisto, incontrollabile, non si sente a suo agio, le sue emozioni vanno dall’ansia passando per rabbia e delusione, è innervosita, le sembra di muoversi nelle sabbie mobili. Con i ragazzi e le ragazze interrompe la lezione ogni pochi minuti per chiedere se la sentono: “Mi sentite?” poi “Avete capito?” poi “Siete attenti?”. Il suo tono di voce è sempre alterato, è in ansia per tutto, è in ansia perché sono saltate le regole, è in ansia perché non ha il controllo sui ragazzi, è in ansia perché è obbligata a rimanere lì davanti alla telecamera del computer, senza potersi muovere, tutto ciò è snervante! Poi è preoccupata per le interrogazioni e i compiti, come farà? Come farà a controllare se copiano, se sbirciano, se viene suggerito mentre sono interrogati. Pensare tutto questo le crea una tensione tale che le sembra mancare il respiro.

È anche vero che tutte le volte che alza lo sguardo e vede l’aula vuota, lei davanti a un computer che si arrabbia, che urla in un’aula vuota, la sua voce che  le ritorna con l’eco, pensa che se la situazione non fosse profondamente triste sembrerebbe grottesca. È la tristezza che vince che rompe tutte le altre emozioni, le cancella: a lei piace essere con loro, vedere che comprendono, che si entusiasmano, che discutono, sono facce fresche pulite, sono appena arrivati alle superiori, le mancano, le vien voglia di chiudere tutto e andarsene! Poi pensa che forse è necessario interpretare la scuola, trovare un modo diverso di far scuola, ma come? Non ci si inventa così su due piedi. Si ripromette di trovare un altro modo di mettersi in relazione, la distanza pretende modalità diverse di attivazione dell’attenzione degli scolari, è in crisi, si sente in trappola.

Non so se quello appena raccontato abbia qualche lume di verità, certo che molti insegnanti hanno vissuto la Scuola a Distanza con molta fatica, Tutte le interrogazioni, i voti, i compiti per esempio sono stati valutati con riserva, con molta riserva, al punto in qualche caso da essere considerati poco rappresentativi delle capacità dell’alunno.

Non sono qui a condannare gli insegnanti cerco di fare emergere quello che è successo, cerco di rappresentare i problemi che sono emersi, le difficoltà umane e professionali che il cambiamento traumatico del contesto ha provocato. L’insegnante e l’alunno hanno vissuto la stessa realtà distopica e di essa sono stati in qualche caso vittime, in altri casi protagonisti negativi, in altri ancora sono riusciti a trarne frutto, inventando un modo diverso nuovo creativo di essere Scuola.

Sarà interessante riflettere per un attimo cosa sia successo a Mario e ai suoi amici nel periodo di “Scuola lontana”. Il tempo li ha resi consapevoli che c’è differenza tra ascoltare e partecipare, ascoltare chi è lontano e prestagli attenzione è difficile e la loro insegnante è lontana, è lontana emotivamente, fanno fatica pensare che quello che sta dicendo a volte con foga a volte con tono normale riguardi loro. Mario e i suoi amici si ritrovano da soli a guardare lo schermo, l’orologio, lo schermo, il tempo così non passa. La lezione è noiosa, poco fluida, difficile da ascoltare, fanno altro: chi disturba, chi manda messaggi, chi si perde tra i propri pensieri, addio lezione.

Poi Mario, non può più girarsi sorridere a Miriam, è bella Miriam, c’è un po’ di tenero fra loro, si fermavano a fumare una sigaretta prima di salire in autobus che li portava a casa, fra loro parlavano molto, iniziavano a scoprire cosa voleva dire diventare adulti, ora tutto finito. Anche Francesco si divertiva con i propri compagni, lo cercavano, con lui si divertivano e lui con loro si sentiva importante, non solo, ma a volte era aiutato in matematica, lui fa fatica in matematica, ma è molto bravo in latino e aiuta volentieri. Poi il sabato pomeriggio si trovavano, giocavano, parlavano di ragazze, di scuola, di episodi appena capitati, ridevano si consolavano a vicenda e a vicenda si davano forza, a volte bisticciavano perché qualcuno non osservava le regole del gruppo, poi più tardi quando le ragazze tutte in gruppo, tutte con il cellulare in mano, finalmente emergevano dall’incrocio, a Francesco veniva la tremarella, Monica, lui aspettava Monica, era sempre in fondo al gruppo, tutta concentrata sul telefono, si è sempre chiesto cosa dovesse guardare con tanta concentrazione, poi finalmente alzava gli occhi per cercare il suo sguardo. Che sorriso, il suo cuore si scioglieva. Francesco alzava il braccio destro per farsi vedere, ma non c’era bisogno, lo aveva già visto. Ora tutto questo non c’è più, Francesco è a casa da solo, che ricorda e spera che quel tempo ritorni. Il corpo classe si è disperso, le cellule di quel corpo non si parlano, non comunicano, così si cresce un po’ meno, è proprio spiacevole

Poi Francesco, lo si è venuto a sapere poi, non aveva il computer, si vergognava a dirlo, uno zio, il fratello della mamma, gliene aveva regalato uno che pensava di buttar via, non funzionava bene. In casa di Francesco non c’era Internet, i genitori lavorano, ma in due riescono a mettere assieme un misero stipendio, soldi per internet proprio non c’erano, ora hanno comprato la “chiavetta”, qualcuno la chiama anche “saponetta” per avere internet, ma la linea non c’è sempre, va e viene, funziona male, Francesco ha provato a spiegarlo all’insegnante, ma lei non ci crede, le ha risposto che si deve arrangiare, che lei non ci può fare niente, che non può pensare ad ognuno di loro. Poi tutto il giorno è solo, è un po’ arrabbiato e molto triste, lui sempre diverso, gli altri hanno tutto, lui no e poi alla fine lui è convinto che l’insegnante creda che lui faccia apposta e quindi Francesco pensa che sia totalmente inutile darsi da fare, tanto lo sa già quello che la prof. pensa di lui.

Ora quanti Francesco ci sono? Immagino molti. È doloroso pensare che poi chi più porta il peso della situazione pandemica, sono sempre quelli con difficoltà sociali ed economiche, e molte volte quelli diventano i capri espiatori di tutto. Chissà quante volte abbiamo sentito: “Si va bene è in difficoltà, ma lui provoca, ma lui non è mai presente se non per disturbare”.

Non possiamo dimenticare le persone con disabilità che hanno avuto gravi difficoltà in questa pandemia, improvvisamente e per tutto questo tempo si sono sentiti esclusi emarginati. Improvvisamente il luogo di elezione da apprendere la socialità, utile a sentirsi persone fra le persone è scomparso. Ragazzi e ragazze con limiti cognitivi, ma con la stessa nostra voglia di vivere di affermarsi di esistere e di farsi riconoscere: queste persone sono rimaste chiuse nelle loro case senza la possibilità concreta di vivere la stessa nostra vita. I media di questo problema ne hanno parlato molto poco, non è emerso, non è stato ritenuto importante, l’emarginato per qualsiasi motivo crea problema e quindi si emargina sempre di più. Purtroppo, l’Italia che è stata la prima Nazione a promuovere l’integrazione scolastica, non è riuscita a pensare delle modalità che aiutassero l’inclusione di queste persone.

Potremmo dilungarci ancora approfondendo il rapporto tra emozione e apprendimento e poi ancora approfondendo il tema della socialità e della sua assenza e il rapporto che questa ha con la crescita individuale. Credo che non sia il luogo. Credo che queste quattro righe siano utili per una riflessione, siano utili ai genitori perché comprendano le difficoltà dei figli, perché possano chiedersi: “Ma allora che ruolo abbiamo noi?” E ancora possano riconoscere che queste difficoltà non sono state piccoli incidenti di percorso, senz’altro hanno modificato nel profondo la visione di sé e della scuola del giovane adolescente.

Per ultimo voglio ricordare che la Scuola a Distanza è stata importantissima, ma in nessun caso e in nessun modo può sostituire la Scuola in presenza.